Ricossa: Numeri che ingannano

"[...] Il Worldwatch Institute aggiorna (inventa?) ogni anno le statistiche, tra le quali ognuno seleziona quelle, che gli danno ragione e ignora, le altre. E per avere ragione, i catastrofisti dell'ecologia selezionano le cifre più catastrofiche: «Al terzo millennio si affacciano 840 milioni di uomini malnutriti».
La crescita del PIL pro capite negli anni NovantaSe la previsione "scientifica" non funziona, si ricorre alla previsione allusiva: «Siamo già oggi a 840 di uomini malnutriti, figuriamoci nel 2100, quando la popolazione mondiale sarà il doppio». Si lascia nel vago la definizione di malnutrito. Si lascia nel vago la definizione di doppio: dieci milioni di abitanti, forse 12, chissà. Si lascia nel vago la causa, o le cause, dell'asserita malnutrizione. Però, continuando ad alludere, si accostano artatamente i numeri. I malnutriti sono 840 milioni, gli ipernutriti (?) sono 600 milioni. I politici egualitaristi sono autorizzati a dedurre che gli ipernutriti sono la causa della fame degli altri.
Gli egualitaristi amano ragionare come se, per dare di più a qualcuno, si debba togliere a qualcun altro. È il sofisma economico più antico. "L'86% dei consumi globali si deve al 20% della popolazione più ricca". Ergo, la popolazione più ricca è fatta di ladri. Si ignora la possibilità che la popolazione più ricca abbia anche prodotto, oltre che consumato, l'86% dei consumi globali. Prodotto da sé, senza rubare ai più poveri. Magari prodotto più dell'86% dei beni di consumo. E poi: si tratta solo di consumi privati o anche di consumi pubblici? E da chi è formata questa popolazione più ricca? E quella meno ricca è povera o così così?
Talvolta si rasenta la truffa: "Le 225 persone più ricche del mondo possiedono un patrimonio di oltre mille miliardi di dollari, pari al reddito annuale del 47% più povero della popolazione mondiale (2,8 miliardi di persone)". Qui si confronta un patrimonio, cioè uno stock di ricchezza, con un reddito, cioè un flusso. In un'economia perfettamente egualitaria occorrerebbe lo stesso, per produrre un certo reddito annuale, una ricchezza di almeno quattro o cinque volte quel reddito. Chi abbia una ricchezza o un patrimonio costituito, per ipotesi, da un'obbligazione che frutti un reddito del 5%, possiede un capitale pari a venti volte il relativo reddito annuo. Non si può escludere che il patrimonio delle 225 persone più ricche del mondo sia costituito principalmente da fabbriche, uffici, magazzini, macchinari, beni di investimento, senza i quali la parte più povera della popolazione mondiale sarebbe ancora più povera.
Un ulteriore confronto demagogico è il seguente: "Per dare acqua e strutture igieniche a chi ne è privo, occorrerebbero nove miliardi di dollari. Per dare a tutti alimentazione e sanità di base occorrerebbero 13 miliardi di dollari. Le spese militari nel mondo sono 780 miliardi di dollari".
Supponiamo che le stime siano attendibili (eroica supposizione). Che morale trarre? Che un mondo senza guerre sarebbe migliore. Bella scoperta! Purtroppo le guerre o i pericoli di guerra ci sono. E non sempre sono deprecati. Per esempio: una grande religione, quella islamica, predica notoriamente la "guerra santa" contro gli "infedeli". Per secoli, la religione cristiana adottò principi analoghi. E il comunismo fu, forse è, sotto questo aspetto, una religione (atea). Le statistiche riferite in ogni caso significano nulla. Sarebbe più interessante, ma ci si astiene: dal confronto, distinguere tra popoli che spendono per la guerra dopo aver provveduto in modo decente ad acquedotti, strutture igieniche, sanità di base, alimentazione e popoli che spendono per la guerra sacrificando tutto il resto.
Popoli e governi: è una favola che i poveri siano costretti a guerre di liberazione dallo sfruttamento dei ricchi. Certo, al mondo capita un po' di tutto. Ma la mania di attribuire allo "sfruttamento" la parte di protagonista in ogni fenomeno di malessere umano, è un falso storico. Per giunta, è una mania che semina odio tra i popoli, quando invece sarebbero utili sentimenti di solidarietà. La povertà dei popoli è legata al sottosviluppo economico. Per passare dal sottosviluppo allo sviluppo non esistono ricette sicure.

Si deve ammettere, tuttavia, che non ci si sviluppa per caso. Condizione necessaria, sia pure non sufficiente, è che lo sviluppo deve essere voluto. Si deve ammettere altresì che vi sono popoli e Governi i quali non vogliono lo sviluppo. Non vogliono la povertà e non vogliono nemmeno quello sviluppo economico che potrebbe liberarli dalla povertà. Non c'è da stupirsi. Lo sviluppo, come lo conosciamo, è un modo di vita adottato dall'Occidente a partire dalla fine del Settecento. È stato adottato con grandi fatiche e grandi critiche. La stessa cultura occidentale si è più volte ribellata allo sviluppo. Perché sorprendersi, allora, se popoli, e Governi di cultura non occidentale sono contro lo sviluppo?
Essere contro lo sviluppo all'occidentale vuol dire, tra l'altro, essere contro il consumismo e a favore di un'austerità variamente definita o lasciata nell'indeterminatezza. I "verdi" sono contro il consumismo per ragioni ecologiche, altri "austeri" lo sono per ragioni morali. Ma lo sviluppo all'occidentale, capitalistico, di mercato, è inevitabilmente consumistico. Il capitalismo di mercato o è consumistico o non è affatto.

Quindi, di nuovo, certi accostamenti statistici sono ingannevoli. Si legge: "Al terzo millennio si affacciano 840 miliardi di uomini malnutriti. Per dare a tutti un'alimentazione adeguata occorrerebbero 13 miliardi di dollari. La spesa annuale per i cosmetici negli Statì Uniti è di otto miliardi di dollari". Scandalo! Proibiamo i cosmetici, e in breve cessa il problema della fame nel mondo. Ebbene no, non è così. E chi si affaccia al terzo millennio, con simili bubbole in testa fa un cattivo servizio agli affamati.
Gli Stati Uniti, campioni di sviluppo capitalistico, non hanno solo il primato nell'uso dei cosmetici. Hanno pure quest'altro (copio pari pari dalla letteratura corrente): "All'inizio del Novecento ogni agricoltore americano produceva cibo sufficiente per nutrire altre sette persone; oggi lo stesso agricoltore può sfamarne 96". Togliete lo sviluppo capitalistico, togliete i cosmetici, e scemate la disponibilità di grano americano esportabile in tutto il mondo. L' "economia dei cosmetici" fa del bene agli affamati. Il che forse è un paradosso, ma un importante paradosso, che lo sarebbe ancor più se l' "economia dei cosmetici" fosse più diffusa sulla Terra. Fosse più capita. Fosse meno osteggiata. Invece, nemmeno la catastrofe dell'economia opposta, quella sovietica, ha insegnato granché a coloro i quali non vogliono imparare dai fatti. O hanno una convenienza egoistica a fingere di non imparare.
La meravigliosa svolta tecnologica avvenuta nel campo delle telecomunicazioni non impedirà alle anime candide di essere menate per il naso, come si è sempre verificato. Anzi, saranno menate con moto accelerato. Anche questo si chiama "progresso", con licenza dei "verdi". Che sia un progresso "sostenibile" o no, lo ignoro. "Sostenibile" appartiene al gruppo delle parole tutta forma e niente sostanza. Bisognerebbe raccoglierle in un apposito, gigantesco dizionario, dove la voce PIL farebbe la parte del leone."


(Sergio Ricossa, I profeti di un mondo al contrario, "Il Sole 24 Ore" - supplemento duemila, 03 novembre 1999)


 
 
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