Bauman: Un termine ambiguo?

"La parola "globalizzazione" è sulla bocca di tutti; è un mito, un'idea fascinosa, una sorta di chiave con la quale si vogliono aprire i misteri del presente e del futuro; pronunciarla è diventato di gran moda. Per alcuni, "globalizzazione" vuol dire tutto ciò che siamo costretti a fare per ottenere la felicità; per altri, la globalizzazione è la causa stessa della nostra infelicità. Per tutti, comunque, la "globalizzazione" significa l'ineluttabile destino del mondo, un processo irreversibile, e che, inoltre, ci coinvolge tutti alla stessa misura e allo stesso modo. Viviamo tutti all'interno della "globalizzazione", ed essere "globalizzati" vuol dire per ciascuno di noi, più o meno, la stessa cosa. 

Tutte le parole in voga hanno un destino comune: quante più esperienze pretendono di chiarire, tanto più esse stesse diventano oscure. Quanto più numerose sono le verità ortodosse che esse negano e soppiantano, tanto più rapidamente si trasformano in norme che non si discutono. Spariscono le varie pratiche umane che il concetto tentava all'inizio di mettere in luce, e ora il termine sembra "individuare alla perfezione" "i fatti", o la qualità "del mondo reale", con l'ulteriore pretesa di immunizzarsi da qualsiasi critica. Il termine "globalizzazione" non fa eccezione alla regola."

 

(Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione, Laterza, 1999, p. 3)


 
 
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