wagner22.jpg (67180 byte) Wagner fu profondamente influenzato dalla filosofia di Schopenhauer e dal suo pessimismo come è appunto possibile notare nell'opera "Tristano ed Isotta"  . Il lavoro wagneriano infatti rispecchia la crisi e le contraddizioni insite nella fase di modernizzazione in senso capitalistico della vecchia Germania. Il fallimento della rivoluzione del1848 aveva segnato il tramonto dell'epoca rivoluzionaria ed è a questa cesura che va ricondotta la distinzione fra il primo romanticismo e il secondo romanticismo di cui Wagner costituisce una delle figure più rappresentative . Dopo i fatti del 1848-1849 egli sentì il bisogno di riflettere sulle proprie idee riguardo all'arte, segno della delusione dell'ex rivoluzionario che andava convertendosi al pessimismo metafisico di Schopenhauer.  schop..jpg (43796 byte)

In una lettera scritta a del 1854 egli annunciava la sua conversione alla filosofia pessimistica di Schopenhauer appunto affermando :

" il suo pensiero cardine, la definitiva volontà della vita, è terribilmente tragico ma l'unico che veramente riesca liberatore . A me non è giunto totalmente nuovo , e nessuno può arrivare veramente a pensarlo se già non lo abbia intimamente vissuto . Ma a tale chiarezza ma ha soltanto guidato questo filosofo". 

 

SCHOPENHAUER E LA MUSICA
In questa lettura è riportata la famosa interpretazione schopenhaueriana della musica, “riproduzione dell’essenza del mondo”, che influenzerà anche illustri musicisti, fra cui R. Wagner.

"L’oggettivazione adeguata della volontà sono le idee (platoniche); suscitare mediante rappresentazione di oggetti particolari (le opere d’arte non sono infatti mai altro) la conoscenza di queste (e ciò è possibile solo con una adeguata modificazione nel soggetto conoscente) è il fine di tutte le altre arti. Tutte, infatti, oggettivano la volontà mediatamente, cioè per mezzo delle idee; e dato che il nostro mondo non è se non il fenomeno delle idee nella pluralità, attraverso le forme del principium individuationis (la forma della conoscenza possibile all’individuo in quanto tale); ne deriva che la musica, la quale oltrepassa le idee, è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico, semplicemente lo ignora, e in un certo modo potrebbe continuare ad esistere anche se il mondo non esistesse più: cosa che non si può dire delle altre arti. La musica è infatti oggettivazione e immagine dell’intera volontà, tanto immediata quanto il mondo, anzi, quanto le idee, la cui pluralità fenomenica costituisce il mondo degli oggetti particolari. La musica, dunque, non è affatto, come le altre arti, l’immagine delle idee, ma è invece immagine della volontà stessa, della quale anche le idee sono oggettità: perciò l’effetto della musica è tanto più potente e penetrante di quello delle altre arti: perché queste esprimono solo l’ombra, mentre essa esprime l’essenza. [...]  

  In tutta questa trattazione intorno alla musica mi sono sforzato di mostrare che essa esprime, con un linguaggio universalissimo, l’intima essenza, l’in sé del mondo, che noi, partendo dalla sua più limpida manifestazione, pensiamo attraverso il concetto di volontà, e l’esprime in una materia particolare, cioè con semplici suoni e con la massima determinatezza e verità.        
                   Del resto, secondo il mio punto di vista, che mi sforzo di dimostrare, la filosofia non è nient’altro se non una completa ed esatta riproduzione ed espressione dell’essenza del mondo, in concetti molto generali, che soli consentono una visione, in ogni senso sufficiente e applicabile, di tutta quell’essenza; chi pertanto mi ha seguito ed è penetrato nel mio pensiero, non troverà tanto paradossale, se affermo che, ammesso che si potesse dare una spiegazione della musica, completamente esatta, compiuta e particolareggiata, riprodurre cioè esattamente in concetti ciò che essa esprime, questa sarebbe senz’altro una sufficiente riproduzione e spiegazione del mondo in concetti, oppure qualcosa del tutto simile, e sarebbe così la vera filosofia."

A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, I, 52 (Þ pag. 135)

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