la vita di Schopenhauer

Arthur Schopenhauer nacque a Danzica il 22 febbraio del 1788.
Viaggiò nella sua giovinezza in Francia ed in Inghilterra e dopo la morte del padre, che voleva destinarlo all'attività del commercio frequentò l'università di Gottinga dove ebbe come maestro uno scettico.Nel 1713 si laureò a Jena con una tesi "sulla quadruplice radice e del principio di ragion sufficiente" . 
Successivamente si trasferì a Dresda dove realizzò la sua opera principale "Il mondo come volontà e rappresentazione" pubblicata nel 1818.
La sua opera però non raggiunse subito il successo tanto che dovette aspettare più di venti anni per pubblicare la seconda edizione della sua opera. Infatti l'indirizzo pessimistico ed apertamente anti-idealistico del suo pensiero lo rendeva ostile ai contemporanei. Solo dopo il 1848 in concomitanza con un'ondata di pessimismo che colpì l'Europa in seguito appunto al fallimento dei moti di rivolta. 
Dopo un viaggio in Italia ( a Roma e a Napoli ) si abilitò nel 1820 alla libera docenza presso l'Università di Berlino. L'epidemia di colera del 1831 lo portò però a fuggire da Berlino, infatti si stabilì a Francoforte sul Meno dove rimase fino alla morte avvenuta il 21 settembre 1861.  

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                                  il velo di Maya

I punto di partenza della filosofia di Schopenhauer è la distinzione che lui attua fra il “fenomeno” e il “noumeno”. Distinzione chiaramente ripresa da Kant, ma che porterà Schopenhauer a conclusioni totalmente diverse da quelle kantiane. Per Kant infatti il fenomeno è la realtà stessa che in quanto tale deve essere analizzata, studiata ed essere fonte di conoscenza, “è la realtà come ci appare tramite le forme a priori che sono proprie della nostra struttura conoscitiva. In altri termini il fenomeno è l’oggetto della conoscenza in quanto condizionato dalle forme dell’intuizione (spazio e tempo) e dalle categorie dell’intelletto”.

                    

Se dunque il fenomeno è l’unica fonte di conoscenza, il noumeno rappresenta invece il “limite” oltre il quale non si deve mai andare in quanto altrimenti, secondo Kant, si cadrebbe nella metafisica e non più nella filosofia, è una sorta di promemoria che ci mostra i limiti della conoscenza.
Come detto anche Schopenhauer riprende questa divisione ma ritiene, al contrario di Kant, che l’unica realtà che il filosofo deve scoprire è quella del noumeno, la vera essenza che è mascherata del fenomeno. Egli ritiene infatti che il fenomeno sia solo illusione e parvenza, una sorta di sogno che copre e non mostra la vera realtà.
È quello che nell’antica tradizione indiana viene chiamato “velo di Maya”, ossia quel velo appunto che copre la verità, la maschera. 

“E’ Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno , rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia , che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o che rassomiglia alla corda gettata a terra che egli prende per un serpente.”

Proprio in seguito a queste considerazioni  Schopenhauer arriva a definire il compito del filosofo come quello di svelare la realtà, di scoprire il noumeno a questo velo ingannatore, da tutte le illusioni che lo coprono. 

 

 

 

 

 

                        il mondo è una mia rappresentazione

“Il mondo è la mia rappresentazione”: ecco una verità che vale in rapporto a ciascun essere vivente e conoscente, anche se l’uomo soltanto è capace di accoglierla nella sua coscienza riflessa e astratta: e quando egli fa veramente questo, la meditazione filosofica è penetrata in lui. Diventa allora per lui chiaro e certo che egli non conosce né il sole né la terra, ma sempre soltanto un occhio, che vede un sole, una mano, che sente una terra; che il mondo, che lo circonda, non esiste se non come rappresentazione, vale a dire sempre soltanto in rapporto ad un altro, a colui che lo rappresenta, il quale è lui stesso. Se mai una verità può venire enunciata a priori, è proprio questa: perché essa è l’espressione di quella forma d’ogni possibile ed immaginabile esperienza, che è piú universale di tutte le altre, piú del tempo, dello spazio e della causalità; dato che tutte queste presuppongono appunto quella. E se ciascuna di queste forme, che noi abbiamo riconosciute tutte come altrettanti particolari modalità del principio di ragione, vale solo per una particolare classe di rappresentazioni, la divisione in oggetto e soggetto è invece forma comune di tutte quelle classi, è quell’unica forma sotto la quale qualsivoglia rappresentazione, di qualsiasi natura, astratta o intuitiva, pura o empirica, è possibile e pensabile. Nessuna verità è dunque piú certa, piú indipendente da ogni altra, meno bisognosa di una prova, di questa: che tutto ciò che esiste per la conoscenza, cioè questo mondo intero, è solamente oggetto in rapporto al soggetto, intuizione di chi intuisce, in una parola: rappresentazione. Naturalmente questo vale, come per il presente, cosí per ogni passato e per ogni futuro, per ciò che è piú lontano come per ciò che è vicino: perché vale anche per il tempo e lo spazio, nei quali soltanto tutto viene distinto. Tutto quanto appartiene e può appartenere al mondo, ha inevitabilmente per condizione il soggetto ed esiste solo per il soggetto. Il mondo è rappresentazione.
(...)
Solo dunque dal punto di vista indicato, ossia in quanto è rappresentazione, noi consideriamo il mondo in questo primo libro. Che, tuttavia, questa considerazione, nonostante la sua verità sia arbitraria, risulta evidente a ciascuno in virtù dell’intima riluttanza che egli prova a concepire il mondo soltanto come sua mera rappresentazione; anche se a questo concetto egli non può certo mai sottrarsi.

 

 

A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, I, 1 (  pag. 124)

   Questo brano tratto dall’opera fondamentale di Schopenhauer e cioè “Il mondo come volontà e rappresentazione”  esprime, almeno in parte appunto questi concetti in quanto secondo Schopenhauer la rappresentazione è la stessa realtà in quanto essa è l'oggetto di conoscenza da parte del soggetto, infatti il filosofo afferma : tutto ciò che esiste quindi la conoscenza - adunque questo mondo intero - è solamente oggetto i rapporto al soggetto , intuizione di chi intuisce, in una parola , rappresentazione."  
Se riportiamo alla memoria la divisione kantiana tra fenomeno ( il quale è la realtà, l'unica realtà accessibile alla mente umana) e noumeno ( il quale è un concetto - limite che serve da memoria  critica per rammentarci i limiti della conoscenza ), possiamo notare come Schopenhauer faccia coincidere l'ambito della rappresentazione con l'ambito del  fenomeno kantiano.

Dopo aver proceduto quindi in questa distinzione il filosofo vuole però cogliere anche la verità, il noumeno, l’essenza e squarciare il velo che la copre. L’unico modo per farlo, è cercare di coglierlo in modo intuitivo in quanto la verità è irrazionale e non può dunque essere colta con un ragionamento.  Proprio questo processo intuitivo, ci permette di coglierci non solo come mente, ma anche come corpo, all’interno del quale vi è la nostra essenza. Infatti la mente rimanda all’intelletto, i corpo invece ai nostri istinti. Infatti, proprio “ripiegandoci” su noi stessi ci rendiamo conto che l’essenza più profonda del nostro io è la “volontà di vivere” ossia un impulso incontrollabile che ci spinge ad agire e ad esistere.
Secondo Schopenhauer però, affermare che l’essere  è manifestazione della Volontà, equivale a dire che la vita è dolore. Infatti volere significa desiderare, e quindi trovarsi in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa che invece si vorrebbe appunto possedere. Il desiderio dunque per sua definizione risulta mancanza di qualcosa, vuoto e quindi dolore. Proprio per questo gli uomini hanno creato delle menzogne, delle illusioni con le quali tentano di celare almeno in parte questa dura realtà 

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le illusioni che vanno svelate
Schopenhauer dunque non si limita però a definire la realtà e il fenomeno come illusione, ma indica anche quali secondo lui sono le principali illusioni che devono essere svelate. Esse sono: 

L’illusione dell’amore
L’illusione dell’ottimismo cosmico
L’illusione dell’ottimismo sociale
L’illusione dell’ottimismo storico.

l'illusione dell'amore  

Egli afferma che l’amore altro non è se non: “due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano ed una terza infelicità che si prepara” .
Secondo Schopenhauer infatti il sentimento puro dell’amore non esiste in quanto l’unico scopo di esso è la riproduzione della specie. Questo significa che l’amore è controllato dalla Volontà, è una sua manifestazione tramite la quale egli vuole solo perpetuare la sua vita e dunque la sofferenza umana.
Dimostrazione di questo fatto sono alcuni esempi presenti in natura che mostrano la “crudeltà” dell’amore. Sono gli esempi della mantide religiosa, che divora il maschio dopo l’unione sessuale, o della donna che dopo avere adempiuto al suo “compito” di procreare perde ben presto la bellezza.
Di conseguenza, l’unico amore possibile non è quello procreativo dell’eros, ma quello disinteressato della pietà in base al quale gli uomini si devono unire per combattere il nemico comune, la Volontà.

 

 

 

 

 

illusione dell'ottimismo cosmico  

Con questa tesi egli vuole contestare tutte le filosofie ottimistiche, prima fra tutte quella hegeliana (essendo Hegel a lui contemporaneo) secondo le quali il mondo era un organismo perfetto, razionale, governato o da un Dio estremamente buono, o da una ragione immanente (appunto come affermava Hegel).
Per schopenhauer però questa concezione risulta visibilmente falsa dal momento che il mondo è irrazionale , senza nessun fine o scopo, e soprattutto regno del dolore, controllato dalla Volontà

 

 

 

 

 

 

illusione dell'ottimismo sociale
Un’altra menzogna che Schopenhauer vuole smascherare, riguarda la concezione in base alla quale si crede che l’uomo sia un essere buono e socievole di natura.
Egli ritiene invece che i rapporti umani siano sostanzialmente “controllati” dal conflitto e dal tentativo di sopraffazione reciproca.
“come l’uomo si comporti con l’uomo, p mostrato ad esempio dalla schiavitù dei negri … Ma non v’è bisogno di andare così lontani: entrare nelle filande o in altre fabbriche all’età di cinque anni, e d’allora in poi sedervi prima per dieci,poi per dodici, infine per quattordici ore al giorno, ed eseguire lo stesso lavoro meccanico, significa pagar caro il piacere di respirare. Eppure queste è il destino di milioni, e molti altri milioni ne hanno uno analogo”.
Egli di conseguenza, ritiene che se gli uomini vivono in società non è merito di un’innata socievolezza, ma è solamente per bisogno e per convenienza. Le istituzioni sociali infatti sono state create solo per una necessità di difesa e di regolamentazione degli istinti aggressivi degli individui.

 

 

 

 

 


illusione dell'ottimismo storico

Schopenhauer si scaglia contro coloro che ritengono che la storia sia un continuo progresso in quanto è convinti che : “non vi sia nulla di nuovo sotto il sole” , e che cioè la storia non procede in continuazione, ma è solamente un continuo ripetersi degli stessi avvenimenti, il progresso è solo illusorio perché : “mentre la storia ci insegna che in ogni tempo avviene qualcosa di diverso, la filosofia si sforza di innalzarci alla concezione che in ogni tempo fu, è, e sarà sempre la stessa cosa”.

 Dallo studio degli avvenimenti del passato infatti risulta molto evidente la costante ripetitività degli eventi storici, che mutano la facciata esteriore con i quale si presentano, ma non la loro essenza, che rimane costante in quanto nell’uomo agisce la Volontà che è eterna e immutabile.    

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