La vita di Nietzsche

Friedrich Nietzsche nacque a Rocken in Germania il 15 ottobre 1844. Studiò filosofia classica a Bonn a e Lipsia. Proprio qui lesse per la prima volta "Il mondo come volontà e rappresentazione" di Schopenhauer e ne fu conquistato, infatti riguardo a questo lavoro scrisse: 

"qui ogni riga gridava la rinuncia, la negazione, la rassegnazione; qui io guardavo come in uno specchio il mondo, la vita e la mia propria anima, grandiosa di orrore, qui , simile al sole, il grande occhio dell'arte mi fissava, staccato da tutto ; qui io vedevo malattia e guarigione, esilio e rifugio, inferno e cielo" 

Nel 1869, a soli ventiquattro anni Nietzsche fu chiamato ad una cattedra di filologia classica dell'Università svizzera di Basilea. Qui egli strinse fra l'altro amicizia con Richard Wagner e divenne un suo fervente ammiratore.
Pochi anni dopo, nel 1872 , Nietzsche pubblica il suo primo libro "La nascita della tragedia".
Frattanto l'amicizia con Wagner si andava affievolendo: Nietzsche vedeva sempre più in lui un rappresentante del romanticismo e trovava l'ultima fase della sua opera orientata nostalgicamente verso il cristianesimo percependo un lui un abbandono di quei valori vitali che erano propri dell'antichità classica ed uno spirito di rinuncia e di rassegnazione quindi anteponeva il valore dello spirito agli istinti vitali. Con l'opera "Umano troppo umano" pubblicata nel 1878 Nietzsche vuole testimoniare il suo distacco sia da Wagner che dal suo grande ispiratore: Schopenhauer.
Ad esso nel 1882 seguì la pubblicazione dell'opera "La gaia scienza" nel quale si afferma vittoriosamente la speranza del filosofo di poter condurre l'umanità verso un nuovo destino. A questo punto egli pensa di poter uscire dalla solitudune nella quale era costretto e di poter trovare la comprensione del pubblico ed il successo. Un incidente però sopravviene a deluderlo. Infatti conobbe una giovane donna della quale si innamorò ma ella rifiutò di sposarlo e si unì tempo dopo in matrimonio con Paul Ree amico e discepolo del filosofo.
Nonostante questo tra il 1883 e il 1884 compose il suo poema filosofico "Così parlò Zarathustra", ma questo libro fu pubblicato solo nel 1891 quando Nietzsche era già vittima della malattia che lo segnerà per tutta la vita: la pazzia.

Paradossalmente la sua fama iniziò proprio quando ormai chiuso nella pazzia non poté più rendersene conto.
Nietzsche morì il 25 agosto 1900.
Dopo la sua morte il suo pensiero venne ripreso in chiave nazista.In realtà però il suo discorso non era politico, anzi lui era ostile alla politica e per di più di epoca diversa da quella del nazismo, ma questa sua interpretazione fu facilitata dall'intervento della sorella che volendo fare del fratello il teorico rivoluzionario di un rinnovamento dell'umanità, non esitò a manipolare i suoi testi pubblicando nel 1906 l'opera "La volontà di potenza" nella quale il pensiero del fratello assume quella fisionomia anti-umanitaria e anti-democratica che verrà appunto ripresa dai nazisti.

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  Lo smascheramento delle illusioni

  La filosofia di Nietzsche è un’incessante distruzione dei miti, delle credenze, delle illusioni e quindi di tutti i valori e le teorie sulle quali la società era basata fino a quel momento, in quanto egli ritiene, o meglio è assolutamente convinto che gli uomini per poter sopportare l’impatto con il caos della vita abbiano costruito una serie di certezze (metafisiche, morali e religiose…) che, se analizzate si rivelano solo come delle falsità, delle illusioni che gli uomini si creano per cercare di dare una giustificazione razionale ed una spiegazione a quei fenomeni che altrimenti sarebbero incomprensibili. Egli quindi continua e porta a termine il processo di smascheramento delle illusioni iniziato da Nietzsche. Questa critica alle illusioni umane si concretizza anche con una critica alla società e alla civiltà occidentale e dell’uomo che questa ha prodotto, un individuo anti-vitale e sottomesso alle autorità costituite, ha creato un individuo represso, ha diminuito il suo istinto vitale. 

Nietzsche, comincia a trasmettere queste sue ideologia nella sua prima opera “La nascita della tragedia” basata sulla distinzione fra “spirito dionisiaco” e “spirito apollineo”. Egli afferma che i greci hanno reso comprensibile la loro concezione dell'arte attraverso le figure dei loro dei: la tragedia è allora la massima espressione artistica della civiltà ellenica poiché in essa si incontrano le due grandi figure che animano lo spirito greco: l'apollineo e il dionisiaco. In essi si nota il contrasto primordiale degli opposti che è il fondamento reale della vita. Apollo è il dio della luce, della chiarezza e perfezione, che trova espressione nella scultura e nell'architettura; Dionisio è il dio delle tenebre e del caos, egli simboleggia l'energia dell'istinto e trova la massima espressione nella musica che genera passione. Dunque Nietzsche contrappone all'immagine della civiltà greca dominata dall'armonia un'altra immagine totalmente diversa, in cui gli elementi apollinei devono scontrarsi con la dimensione caotica e irrazionale del dionisiaco. E' proprio quest'ultima che viene ad assumere un ruolo di dominio nella concezione del filosofo. L'apollineo è l'illusione che rende accettabile la vita, il dionisiaco al contrario mostra all'uomo l'abisso della sua condizione, e in esso vi è dunque dolore. Eppure è anche gioia, perché Dionisio è forza generatrice, vita che si afferma al di là della morte. Nel dionisiaco l'uomo infrange le barriere poste dalla cultura e dice sì alla vita: si libera cioè dalle illusioni e si accorda con la sua natura.
Nietzsche interpreta come decadente l'intera società dell'Occidente, a partire dalla vittoria della scienza socratica sulla musicalità dionisiaca della tragedia greca. La tragedia muore infatti quando il pensiero greco, con Socrate, pretende di racchiudere in concetti tutta l'esistenza. All'uomo tragico si sostituisce così l'uomo teoretico. Nonostante la tragedia sia morta, il tragico rimane tuttavia la dimensione ineliminabile della vita reale. Esso resiste ai continui attacchi delle filosofie antitragiche, che cercano di occultare il tragico attraverso l'ottimistica pretesa di imporre al mondo un ordine razionale. Nietzsche osserva nella sua società la possibilità di un riscatto della tragedia grazie al dramma musicale di Wagner: la sua opera riunisce infatti gesto, parola e musica e può diventare espressione adeguata della tragicità dell'esistenza.

Ciò che dunque il filosofo vuole fare è smascherare le illusioni della civiltà occidentale, e simbolo di questo smascheramento è “la morte di Dio”.

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               La morte di Dio
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 avete sentito quel folle uomo che accesa una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente <Cerco Dio! Cerco Dio!>. E poiché proprio là si raccolti molti di quelli che non credevano in Dio suscitò grandi risa <E’ forse perduto ?> disse uno >Si è perduto come un bambino ?> fece un altro. <Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? E’ emigrato?> gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: <Dove se n’è andato Dio> gridò <ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi ed io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo Sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto ed un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dei si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi , gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione piú grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia piú alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”. A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. “Vengo troppo presto – proseguí – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre piú lontana da loro delle piú lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!”. Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”. 

Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1976, vol. XXV, pagg. 213-214

 

                               

 Ne la “Gaia Scienza”, il filosofo fa dunque questo annuncio decisamente sconvolgente per l’epoca e “drammatizza” il messaggio della morte di Dio tramite la narrazione “dell’uomo folle”.
Dobbiamo precisare però che con il termine “morte di Dio” Nietzsche non vuole solo indicare il venir meno della fede ma di tutte le illusioni e ideologie costruite dagli uomini. Dio è infatti il simbolo della falsità che gli uomini si costruiscono durante la vita. Dio infatti vuole essere infatti la personificazione di tutte le certezze ultime dell’umanità, ossia di tutte le credenze metafisiche elaborate attraverso i millenni per dare un senso ed un ordine alla vita.
Secondo Nietzsche infatti Dio altro non è se non la più grande fra le menzogne millenarie che furono inventate dagli uomini, creata per affrontare il volto caotico dell’esistenza.
Gli uomini infatti di fronte ad una realtà che si mostra come contraddittoria, caotica, disarmonica e crudele, per poter sopravvivere si sono auto-convinti che il mondo è invece armonico, razionale in quanto creato e governato da Dio, l’essere buono e razionale per eccellenza.

 

Ormai però il filosofo è arrivato a capire questo e a vedere tutte le “teorie” metafisiche solo come delle prospettive consolatorie, che con l’annuncio della morte di Dio egli vuole per sempre svelare.

“C’è un solo mondo, ed è falso, crudele, contraddittorio, corruttore, senza senso…Un mondo così fatto è il vero mondo… Noi abbiamo bisogno della menzogna per vincere questa verità, cioè per vivere… La metafisica, la morale, la religione, la scienza…vengono prese in considerazione solo come diverse forme di menzogna: col loro sussidio si crede nella vita” (Frammenti Postumi).

Nelle epoche passate, si è sempre cercato di dimostrare l’esistenza di Dio (basti pensare alla filosofia scolastica), ora Nietzsche arriva invece alla sconvolgente notizia della sua morte, ma non si preoccupa di dare una dimostrazione del fatto che Dio non esiste più. Egli infatti ritiene che questo sia un dato di fatto, indiscutibile e già riscontrabile nella realtà la quale è caotica e non-provvidenziale e che quindi non può certo essere “governata” da un’entità razionale.

“un tempo si cercava di dimostrare che Dio , oggi si mostra come ha potuto avere origine la fede nell’esistenza di un Dio,  per quale tramite questa fede ha avuto il suo peso e la sua importanza: in tal modo una contro-dimostrazione della non esistenza di Dio diventa superflua.” (Aurora)     

Una volta concluso il momento distruttivo della sua “dottrina”, Nietzsche afferma che bisogna passare al momento costruttivo, e quindi alla risposta attiva dell’uomo che diventa superuomo.
La morte di Dio infatti non è per il filosofo l’atto conclusivo, ma sola quell’avvenimento che segna la nascita di un oltreuomo cioè di colui che ha il coraggio di affondare la vita senza ricorrere a delle inutili illusioni per “proteggersi” dell’irrazionalità del mondo, ma che sa invece prenderne  atto, rifiuta la morale tradizionale, accetta la morte di Dio e si pone come volontà di potenza.
Nietzsche quindi sostiene che non basta annunciare una nuova dottrina, bisogna anche trasformare con la forza gli uomini, in modo tale che la ricevano. Se il superuomo deve essere il futuro dell'uomo, allora è necessaria la distruzione dell'umanità forgiata dalla tradizione occidentale. Nietzsche si scaglia molto duramente contro la morale e la religione, intese come le responsabili della decadenza in atto.

 

Gli uomini dell'ottocento vivono isteriliti in comportamenti ripetitivi: la loro vita risulta ordinata secondo valori individuali e collettivi opprimenti. Essi hanno paura della responsabilità individuale, verso cui lo spirito libero va incontro mentre il superuomo già vi convive. Un uomo che vive secondo morale non ha una vera conoscenza di sé, poiché è prigioniero delle illusioni e dimentico della propria capacità creativa. La morale conduce all'impotenza, e questa al risentimento nei confronti degli altri, alla vendetta dei soffrenti contro i felici, fino alla negazione della volontà di potenza, ossia della vita stessa. Il cristianesimo è il peggiore dei sistemi di annientamento della libertà umana: esso è fondato sulla repressione degli istinti e sull'aumento del senso di colpa tramite l'angoscia del peccato. Deve avvenire una trasmutazione dei valori e il protagonista deve essere ancora una volta il superuomo, che esercita il culto dell'umanità come natura vittoriosa, al di fuori di ogni schema normativo. Egli risponde con l'individualità del coraggio, ben lungi da rimproverare alla vita il suo carattere doloroso.

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  Löwith. Il rapporto di Nietzsche con il cristianesimo

Secondo Löwith la caratteristica principale di Nietzsche è il suo anticristianesimo. In questa lettura lo storico tedesco mette in evidenza il fatto che, nonostante tutto, la cultura cristiana lo aveva condizionato cosí profondamente che egli non riuscí mai a liberarsene fino in fondo.

K. Löwith, Friedrich Nietzsche, sessant’anni dopo (Þ pag. 211)

 

Il suo Zarathustra è, sotto ogni rispetto, un vangelo anti-cristiano, sia per il linguaggio che per il contenuto. Troppo profondamente segnato dalla sua coscienza cristiana, egli non fu in grado di revocare altrimenti il “rovesciamento di tutti i valori”, con il quale il cristianesimo si era imposto sul paganesimo, se non rovesciandolo novamente. Nietzsche era tanto profondamente cristiano e anticristiano, tanto polemico e protestante, moderno e teso nel volere che divenne suo unico movente un solo problema: il desiderio assetato dell’avvenire e la volontà di crearlo. Zarathustra vuole essere il “vincitore di Dio e del nulla”, sorto dalla morte di Dio; egli è il “futuro redentore”. L’intera filosofia di Nietzsche voleva essere il “prologo di una filosofia dell’avvenire”. Nessun greco pensava tanto esclusivamente nell’orizzonte del futuro da volerlo persino determinare. Tutti i miti, le genealogie e le storie antiche rappresentano il passato come una fondazione perenne. La “volontà di potenza” è tanto lontana dal pensiero greco, perché in quanto volontà di qualcosa mira al futuro, mentre il ciclo eterno del sorgere e del perire si trova al di qua della volontà, dell’intenzione e del fine. Per i Greci il movimento circolare visibile delle sfere celesti, rivelava un logos cosmico e una divina perfezione; per Nietzsche l’eterno ritorno dell’identico è “il piú terribile” di tutti i pensieri e la “realtà piú greve”, essendo in contrasto con la sua volontà di una redenzione futura. Nietzsche ha voluto superare il tempo in vista dell’eternità; i Greci non movevano dalla temporalità del tempo, bensì dal perenne, e pensavano il tempo transeunte come una copia inferiore dell’eterno presente. Per i Greci l’eterno ritorno del sorgere e del recedere spiegava il continuo mutamento nella natura e nella storia; per Nietzsche il riconoscimento dell’eterno ritorno richiede un luogo “al di là dell’uomo e del tempo”. I Greci provavano paura e timore di fronte al fato; Nietzsche compì lo sforzo sovrumano di volerlo e di amarlo e di identificarsi con esso, come se il fato potesse mai diventare il nostro. Incapace di sviluppare la sua visione dell’eterno ritorno come un ordine supremo dell’essere di tutto l’essente, dapprima egli presentò questa sua idea come un imperativo etico. La “teoria” greca dell’eterno ritorno divenne per lui un postulato pratico, che gli serviva da “martello” per imprimere negli uomini l’idea di una responsabilità assoluta, e per sostituire quel sentimento di responsabilità, vivo finché Dio era ancora presente nell’esistenza umana.

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