la vita di Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi nasce il 29 giugno 1798 a Recanati nelle Marche. La sua prima educazione venne curata dal precettore Don Sebastiano Sanchini ma fin da piccolo egli trascorre molto tempo nell'imponente biblioteca del padre scegliendo da sé le sue letture. Nel 1809 si dedicò ad uno studio che egli definì "matto e disperatissimo" che danneggiò irreparabilmente il suo fisico e lo rese di aspetto miserabile e di animo più triste. Nel 1816 indirizza alla rivista "Biblioteca Italiana" la "lettera ai signori compilatori della Biblioteca Italina" nella quale difende le posizioni classicistiche contro quelle di Madame de Stael che sostiene invece ideologie di carattere romantico.Questo suo scritto non viene però pubblicato. Nello stesso periodo avviene anche la sua conversione letteraria dalla erudizione vera e propria al gusto della bellezza e stringe amicizia con Pietro Giordani che intuendo il suo senso d'isolamento , l'insofferenza verso il chiuso ambiente della famiglia e di Recanati e la sua genialità, lo incita  a proseguire gli studi e le prove poetiche.
Intanto nel 1819 si avvia alla cosiddetta "conversione dal bello al vero" cioè dalla poesia alla filosofia, egli afferma infatti: 

"cominciai a seguire la mia infelicità in un modo assai più tenebroso , cominciai ad abbandonare la speranza, a riflettere profondamente sopra le cose, a divenir filosofo di professione (di poeta ch'io era) , a sentire la mia infelicità certa del mondo in luogo di conoscenza, e se io mi metteva a far versi, quei versi traboccavano di sentimento"

Nel 1819  è colpito da una malattia agli occhi che lo tormenterà tutta la vita. Tenta la fuga da Recanati, esasperato dall'oppressione familiare e dall'incomprensione che lo circonda, ma i suoi piani vengono scoperti e il progetto fallisce. In questo momento di profondo malessere fisico e di cupa depressione, in cui medita anche il suicidio, il poeta rielabora e dà forma poetica ai motivi del suo pessimismo. Nascono infatti i "Piccoli Idilli ".
Solo tre anni dopo gli viene dato il permesso di andarsene da Recanati per recarsi a Roma ma la città e l'esperienza romana lo deludono profondamente. Fa dunque ritorno a Recanati e comincia a comporre le "Operette Morali" , un opera in prosa interrompendo così l'attività poetica.
Nel 1827 si trasferisce a Pisa il cui clima sembra giovare alla sua salute sia fisica che mentale, siamo infatti in una fase di relativa serenità durante la quale riprende a scrivere in versi; compone infatti "A Silvia" il primo dei "Canti" noti anche come "Grandi Idilli".
Nel 1930 a Firenze conosce Fanny Targioni Tozzetti e si innamora di lei. Amore però non corrisposto, appassionato e disperato la cui storia è testimoniata dal gruppo di poesie note come "Ciclo di Aspasia" .
Intanto però le sue condizioni fisiche peggiorano sempre di più tanto che egli ormai sempre più depresso si definisce :
"un tronco che sente e pena "
Nell'aprile 1836 per sfuggire ad un'epidemia di colera , va ad abitare sulle pendici del Vesuvio  e ispirato da questo paesaggio compone i suoi ultimi capolavori come "La Ginestra o il fiore del deserto" .
Nel 1837 le sue condizioni di salute si aggravano, muore il 14 giugno.

 

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      le illusioni di Leopardi

L’idea fondamentale che guida il pensiero di Leopardi è quella di voler cancellare ogni residua illusione e affrontare con fermezza il vero (prima mascherato) e la realtà che per Leopardi non può essere altro che infelicità.
Egli vuole svelare i meccanismi sui quali si basa la civiltà moderna fondata sull’illusione del progresso. Per il poeta l’unico progresso possibile si ha quando l’uomo rompe il velo degli inganni e mostra il vero volto delle cose, quindi l’infelicità umana, traendo da questa presa di coscienza un motivo di reciproca solidarietà tra gli uomini per poter affrontare la realtà. Leopardi però non arriva subito a concepire questa idea ma è un pensiero che si sviluppa attraverso tre fasi le quali sono:

 Il pessimismo storico: nel quale la civiltà, la ragione hanno distrutto le illusioni e mostrato l’arido vero, la vera condizione dell’uomo che non è destinato alla felicità;

Il pessimismo cosmico: nel quale grazie alla civiltà e all’uso della ragione il poeta ha smascherato la verità. Questo non è più negativo come nel pessimismo storico perché ha permesso all’uomo di togliersi il “velo di Maya” come affermava Schopenhauer. Quindi ora lo scopo dell’uomo non è recuperare le illusioni per difendersi dalla realtà ma disilludersi.

L’ultimo Leopardi: nel quale il poeta arriva ad affermare che il riscatto della condizione umana passa attraverso la riscoperta del vero e il conseguente riconoscimento di quanto sia infelice l’esistenza. Di conseguenza dopo aver smascherato le illusioni gli uomini devono introdurre i valori di solidarietà per combattere il nemico comune: la natura.

 

 

 

 

 

 

 

        il pessimismo storico

Questo pensiero di Leopardi si sviluppa in una prima fase che và dal 1817 al 1818.
In questo periodo egli riflette in particolar modo sulla questione dell’infelicità umana in quanto giudica che l’uomo è un essere prevalentemente infelice e che i brevi momenti di felicità che riesce a conoscere lasciano presto il posto a nuovi desideri che non è in grado di soddisfare e che lo portano di nuovo all’infelicità e dunque al tedio.
Leopardi inoltre si interroga su quella che potrebbe essere la causa dell’infelicità ed attribuisce questa causa ad un contrasto tra la Natura e la Ragione.
“la ragione è nemica della natura, non già quella ragione primitiva di cui si serve l’uomo nello stato naturale, e di cui partecipano gli altri animali, parimenti liberi, e perciò necessariamente capaci di conoscere. Questa l’ha  posta nell’uomo la stessa natura, e nella natura non so trovano contraddizioni. Nemico della natura è quell’uso della ragione che non è naturale, quell’uso eccessivo ch’è proprio solamente dell’uomo e dell’uomo corrotto; nemico della natura, perciò appunto che non è naturale, né proprio dell’uomo primitivo.”
(Zibaldone,I,324, 3 dicembre 1820).

Egli afferma che l’umanità non è stata infelice sin dalla nascita in quanto la Natura, vista come una madre benevola, ha dotato l’uomo degli strumenti per essere felice, lo ha dotato quindi della capacità di illudersi che gli ha garantiti appunto una sorta di felicità.
“il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni”
(Zibaldone. 51)
“io credo che nessun uomo al mondo in nessuna congiuntura debba mai disperare il ritorno delle illusioni, perché queste non sono opera dell’arte o della ragione, ma della natura”
(Lettere, 156, 271).
L’uomo ha però distrutto , per incapacità o colpa le sue prospettive di felicità: ha usato malamente gli strumenti della Ragione, perseguendo falsi modelli di progresso sociale e culturale.
Questo significa che la civiltà e la Ragione hanno distrutto le illusioni e hanno mostrato all’uomo l’arido vero, la sua vera condizione di infelice.
“Pare un assurdo, e pure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni”
(Zibaldone. 99)
“le illusioni non possono essere condannate, spregiate, perseguitate se non dagli illusi, e da coloro che credono che questo mondo sia o possa essere veramente qualcosa, e qualcosa di bello…”
(Zibaldone, 1715: 16 settembre 1821).
“tutto è follia in questo mondo fuorché il folleggiare. Tutto è degno di riso fuorché il ridersi di tutto. Tutto è vanità  fuorché le belle illusioni e le dilettevoli frivolezze.”
(Zibaldone 3930, 17 dicembre 1823).
L’infelicità è qui considerata dunque come un dato storico in quanto non è considerata innata e propria del genere umano, ma piuttosto legata all’evoluzione della storia e al fittizio incivilimento della società.        

          

 

 

 

 

 

 

AD ANGELO MAI QUAND’EBBE TROVATO I  LIBRI DI CICERONE SULLA REPUBBLICA

(…) Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
non cresce, anzi si scema, e assai più vasto
l’etra sonante e l’alma terra e il mare
al fanciullin, che non al saggio, appare.
    Nostri sogni leggiadri ove son giti
dell’ignoto ricetto
d’ignoti abitatori, o del diurno
degli astri albergo, e del rimoto letto
della giovane Aurora, e del notturno
occulto sonno del maggior pianeta?
Ecco svanito a un punto,
e figurato è il mondo in breve carta;
ecco tutto è simile , e discoprendo ,
solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta
il vero è appena giunto , o caro immaginar; da te s’apparta
nostra mente in eterno; allo stupendo
poter tuo primo ne sottraggono gli anni
e il conforto perì de’ nostri affanni.

 

   

          

ANALISI

al fanciullin, che non al saggio, appare: Leopardi intende dire che queste nuove terre toccate da Colombo appaiono ben più vaste al fanciullo che usa l’immaginazione e che è ancora capace di illudersi che non a colui che sa e che quindi utilizza la ragione. Conoscere il mondo significa comprenderne i limiti, la piccolezza e la miseria. Soltanto l’immaginazione può valicarli e figurare una realtà più bella

Ecco svanito a un punto: tutto ad un tratto queste credenze ed illusioni sono svanite

A noi ti vieta … de’nostri affanni: il poeta in questi versi si rivolge alla cara immaginazione e alla cara capacità di illudersi che ormai, non appena giunge la verità viene subito dimenticata. Più gli uomini crescono e utilizzano la ragione più si allontanano da essa e non hanno più il suo conforto che in precedenza, quindi durante la fanciullezza, li proteggeva dall’arido vero.
Vediamo quindi come in questi pochi versi tratti da questa canzone leopardiana, emerge senza ombra di dubbio il tema del pessimismo storico, fatto che fu notato anche da De Sanctis il quale affermava: “in quella canzone è affermata in forma di sentenza la nullità delle cose, e sole cose vere il dolore e la morte. Rimanevano le illusioni, il caro immaginar; e la scienza ha distrutto anche questo.” (Leopardi, Torino, Einaudi, 1960, pag.261)

                 

 

 

 

 

 

 

LA SERA DEL Dì DI FESTA

Dolce e chiara è la notte e  senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai né pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse , anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne : or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io , non già ch’io speri
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto,e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come a tutto il mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? Or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco
Già similmente mi stringeva il core.

 

 

 
 
 
 

ANALISI

Idillio scritto probabilmente nel 1820.
Schema metrico: endecasillabi sciolti.

Questa poesia fa parte dei cosìdetti “Piccoli Idilli” , in essi il poeta è ancora lontano dalla concezione di una natura maligna , ma nelle sue riflessioni si insinuano già i temi dell’infelicità individuale e dell’alienazione, un senso profondo di estraneità dalla società umana, di esclusione sofferta come condanna, l’idea di essere figlio negletto e trascurato dalla Natura.
L’occasione per scrivere questo canto è un giorno di festa.
Nella prima parte il poeta si rivolga alla donna amata e mostra la contrapposizione tra la situazione di riposo della donna e invece il suo affanno e la sua impossibilità di dormire. Dopo aver analizzato quindi il suo dolore passa però ad una considerazione più grande in quanto il dolore non è più solo suo, infatti sentendo il “povero” artigiano fischiare egli inizia a pensare al destino di tutte le cose.
Egli afferma che anche le grandi imprese sono destinate al nulla , come al nulla è destinata l’attesa del giorno festivo che trapassa nel giorno settimanale. Egli quindi fa un discorso generale, non è più solo il suo dolore, ma fa vedere come tutto nel mondo è nulla e come di conseguenza anche il proprio dolore si perderà nel nulla. Proprio grazie a questa considerazione dunque il dolore viene attenuato, siamo infatti ancora nei primi idilli nei quali Leopardi riesce ancora a trovare delle soluzioni per il dolore e l’infelicità umana. Il poeta infatti, come possiamo notare nel preludio contemplativo è ancora capace di illudersi e di vedere la natura come benigna. 

            

 

 

 

 

 

 

     il pessimismo cosmico

Il pessimismo, con il passare del tempo e a causa di esperienze negative , si acuisco e passa da storico a cosmico, sono questi gli anni che vanno dal 1819 a l 1823.
Sono questi gli anni del fallimento dei moti rivoluzionari attuati nei principali Paesi europei ma sono soprattutto anni che provocano in Leopardi una profonda delusione autobiografica legata al suo viaggio a Roma. Egli infatti aveva sempre voluto andarsene da Recanati dove si sentiva come imprigionato. Quando però và a Roma rimane deluso da essa e dal suo ambiente gretto e provinciale.
Torna quindi ad interrogarsi sul tema a lui più caro, quello dell’infelicità umana.
Ora egli arriva ad affermare che la causa dell’infelicità è una causa ontologica che tocca quindi l’essenza dell’uomo in quanto nasce dal rapporto tra il bisogno dell’uomo di essere felice che è ovviamente un bisogno infinito perché infiniti sono i desideri umani, e le possibilità di soddisfare questi bisogni che sono invece limitate e che quindi non riescono mai a soddisfare veramente l’uomo.
Gli uomini quindi non saranno mai felici perché il piacere desiderato è maggiore a quello che in realtà si può conseguire.
La natura quindi non è più benigna ma matrigna in quanto non ha creato l’uomo per la felicità. Si tratta dunque di un pessimismo cosmico in quanto l’uomo è infelice sin dal momento in cui viene al mondo , la Natura matrigna lo inganna intenzionalmente per poi disilluderlo e farlo soffrire.
Parliamo inoltre di pessimismo cosmico in quanto non interessa solo gli uomini ma tutte le creature viventi come Leopardi stesso scrive in questo brano tratto dallo “Zibaldone”:
“ non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali . Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri viventi al loro modo. Non gli individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.
Entrate in un giardino di piante, di erbe e di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo da nessuna parte che voi non troviate del patimento.(…) La quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga  langua, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali.

Il dolce miele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone virtuose api, senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi , da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici, quell’altro ha più foglie secche, quell’altro è roso, morsicato nei fiori ; quello trafitto, punzecchiato nei frutti…
Qua un ramicello è rotto  o dal vento o dal suo proprio peso; là una zeffiretta va stracciando un fiore, vola con un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta ,staccata e stracciata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi.”  (Zibaldone,II, 1005-1006)
In questa fase la Ragione e la civiltà non sono più considerate come negative perché hanno permesso all’uomo di smascherare la verità e di scoprire la sua vera situazione anche se così facendo hanno reso l’uomo più debole ed egoista perché gli ha sottratto le sue illusioni.
In questa fase rinuncia quindi alla poesia e scrive opere in prosa dove più che i sentimenti del poeta emerge la razionalità.

          

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A SILVIA

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi ,assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si splendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed ella man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il  mar da lungi, e quinci il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La via umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? Perché di tanto
Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi ;
Né teco le campagne ai dì festivi
Ragionavan d’amore.

Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovinezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme !
Questo è quel mondo? Questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eveni
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
Tu misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano .

 

 

 

 
 
 

ANALISI

Idillio scritto nel 1828
È una canzone libera, non ha strofe con n numero fisso di versi ma endecasillabi e settenari si alternano in modo casuale senza una schema preciso.

In questa poesia il tema principale riguarda il fatto che , la Natura matrigna, inganna gli uomini con le fuggevoli speranza proprie della giovinezza, che poi distrugge con l’avanzare dell’età.
“Inganno” è una parola chiave nel linguaggio leopardiano, al contrario di Foscolo che parla di illusioni esaltandone il valore e la necessità, Leopardi individua nella vita umana solo un susseguirsi di errori e di fallaci inganni, destinati a rivelarsi in tutta la loro miseria “all’apparir del vero”.
Infatti in quest’opera Silvia non rappresenta la donna amata da Leopardi, anche se alcuni studiosi la hanno identificata in Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di famiglia,  ma diventa la rappresentazione della giovinezza, vista da Leopardi come l’età nella quale si ha ancora la capacità di illudersi. Infatti nella seconda e terza strofa, abbiamo da parte del poeta la rievocazione del passato; passato nel quale tutto gli sembrava bello e sereno e nel quale osservava Silvia dalla sua finestra e la vedeva sognare sul futuro, su quelle che erano le sue speranze per l’avvenire, e proprio grazie a queste speranze il poeta e Silvia erano uniti.
Nella quarta strofa però viene reso esplicito tutto il disinganno. Come ho già detto infatti Leopardi vuole far vedere come la natura inganni gli uomini con delle fuggevoli illusioni e speranze proprie della giovinezza e che vengono distrutte con l’avanzare dell’età. Nella quarta strofa infatti mostra di come di tutte le speranze per l’avvenire di Silvia non sia rimasto nulla in quanto la natura non mantiene le sue promesse in quanto Silvia e morta (dunque la speranza stessa è morta ) e non ha dunque potuto godere delle sue speranze e degli anni migliori della sua vita.  
Ecco cosa dice De Sanctis riguardo questa poesia:
“egli è giunto alla conclusione dell’infelicità universale ed irrimediabile come ha dimostrato già nei suoi dialoghi. Ora non discute più, non dimostra, non lotta, non si illude…”(Cultura, coscienza letteraria e poesia in Giacomo Leopardi, di D. Consoli)

          

 

 

 

 

 

 

          l'ultimo Leopardi

In questa fase egli vuole diffondere un messaggio di solidarietà fra gli uomini. Dal 1830 in avanti infatti egli valorizzerà il vivere in società in quanto per il poeta gli uomini non devono lottare uno contro l’altro ma devono soccorrersi scambievolmente, consapevoli del male comune e del nemico comune, la Natura. Si devono alleare per diminuire il dolore e accrescere la felicità.
L’umanità intera quindi si deve affermare in modo titanico contro la Natura che la ha destinata all’infelicità. 

 

LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO

(…) Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco ,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti
E proceder il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingenui tutti,

Di cui lor sorte rea padre ti fece
Vanno adulando, ancora
Ch’a ludibrio talora
T’abbian fra sé. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quando si possa aperto.
Ben ch’io sappia che obblio
Preme chi troppo all’età propria increbbe
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Dalla barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in viltà , che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
Dell’aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fè palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme
che sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama sé né stima
Ricco d’or né gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma sé di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
Non credo io già, ma stolto,
Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto ,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità , quali il cielo tutto ignora,
Non pur quest’orbe, promettendo in terra
A popoli che un’onda
Di mar commosso, un fiato
D’aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì che avanza
A gran pena di lor rimembranza.
Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno accresce
Alle misere sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.    
Costei chiama inimica, e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra sé confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porr
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Stinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.(…)

 

 

 

 

 

ANALISI

Canto , scritto nel 1836
Schema metrico: canzone libera composta da sette strofe di differente lunghezza , con versi endecasillabi e settenari.

Il tema fondamentale di questo canto riguarda il riscatto della condizione umana che passa attraverso la riscoperta del vero e il conseguente riconoscimento di quanto sia infelice l’esistenza. Dopo aver fatto questo e aver smascherato le illusioni gli uomini dovranno introdurre i valori di solidarietà per combattere il nemico comune identificato nella Natura.
Infatti ad uno stolto compiacimento per una grandezza illusoria e menzognera il poeta vuole contrapporre il suo ideale di “nobil natura” e di uomo nobile il quale è colui che non finge riguardo alla sua condizione ma che “dichiara senza vergogna la verità del proprio stato”. Esso è un uomo che non inganna se stesso e gli altri con la promessa di conseguire felicità irraggiungibili , ma riesce a riconoscere il destino di sofferenza che accomuna tutti gli uomini e proprio per questo offre ai suoi simili pietà ed amore.
“Solo così, individuando nella Natura il loro vero nemico, gli uomini potranno stipulare un patto di fraterna solidarietà e allearsi in una < social catena >, che consenta loro non certo di vincere la potente nemica, ma almeno di opporvisi all’interno di una società civilmente ordinata”.  

  
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